Cogne-bis: Anna Maria Franzoni va processata per calunnia
TORINO, 20 APR. 2009 – Un nuovo processo per Anna Maria Franzoni: è questa la richiesta che due pm della procura di Torino, Anna Maria Loreto e Giuseppe Ferrando, oggi hanno ripetuto all’udienza preliminare per il caso Cogne-bis.
La donna, condannata per l’assassinio brutale del propriio stesso figlioletto Samuele, deve rispondere di calunnia per un tentativo di manipolare la scena del delitto. La proposta di rinvio a giudizio (per frode processuale) riguarda anche un fotografo svizzero dell’istituto di polizia scientifica di Losanna, Eric Durst, che il 28 luglio 2004, due anni dopo la morte di Samuele, fece parte della folta squadra di esperti che l’allora avvocato difensore della Franzoni, Carlo Taormina, mandò a Cogne per un sopralluogo: sua è l’impronta che, trovata sullo stipite di una porta dopo il test del luminol, fu presa come spunto per riaprire la caccia all’assassino e per adombrare persino il nome di un possibile colpevole alternativo, il valdostano Ulisse Guichardaz.
Le difese hanno chiesto al gup Alessandra Bassi (che deciderà il 13 maggio) una sentenza di “non luogo a procedere”, vale a dire un proscioglimento immediato. Durst, seguito dall’avvocato Cesare Zaccone, in una breve dichiarazione spontanea ha detto di avere commesso “un errore involontario”. Diversa è la posizione della mamma di Cogne (tutelata da Paola Savio e Lorenzo Imperato). La Franzoni, nel 2004, firmò la denuncia in cui si parlava di Guichardaz, ma essendo stata proclamata responsabile del delitto dalla Cassazione, sapeva di stare accusando un innocente: ecco perché è scattata la calunnia. Savio e Imperato usano diversi argomenti per smontare questa tesi. In primo luogo, Guichardaz non è mai stato inquisito per il delitto. Una perizia ha detto che la Franzoni potrebbe avere ucciso il figlio in preda a uno stato di alterazione mentale e che quindi non era consapevole. Tante altre persone, infine, avevano lavorato con lei alla fantomatica seconda soluzione: e lei non fu nemmeno la vera protagonista. All’inizio, in effetti, gli indagati erano una dozzina. Poi, per quasi tutti, è arrivata la richiesta di archiviazione. Taormina non ha calunniato in quanto, come spiegò lui stesso ai pm, credeva in buona fede che la Franzoni sarebbe stata scagionata. E i suoi collaboratori, nonostante gli errori “inescusabili”, l’”imbarazzante pressapochismo” e le negligenze “macroscopiche” (parole della procura), non avevano “propositi fraudolenti”. Rimane solo Durst, che oggi, in aula, ha preso la parola per scusarsi: “Quella sera – ha spiegato – è possibile che entrando, uscendo o lavorando vicino alla porta l’abbia toccata senza volerlo con la mano sinistra. Ho fatto un errore e sono desolato. Ma non avevo nessuna intenzione e nessun interesse a modificare lo stato dei luoghi”.
CRONACA: Cogne-bis: Anna Maria Franzoni va processata per calunnia.
«Cadute anche le case nuove» Il bluff dei palazzi anti-sismici
L’AQUILA – Le parole che fanno più male: «Un terremoto così in California non avrebbe provocato nemmeno un morto». Le pronuncia Franco Barberi, presidente della Commissione grandi rischi. Poco prima il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, ha lanciato il suo allarme: «Qui sono cadute anche le case nuove». E allora Barberi passa all’attacco: «Se è vero che anche edifici che avrebbero dovuto essere costruiti in base alle normative antisismiche hanno subito danni irragionevoli — spiega —, allora si pone il problema del controllo della qualità delle costruzioni. In particolare per le strutture pubbliche e strategiche: ospedali, scuole, edifici del governo». E invece: l’ospedale, un presidio che non dovrebbe solo restare in piedi ma anche funzionare in emergenza, è stato evacuato e dichiarato inagibile. La Casa dello Studente, costruita a metà degli anni Sessanta è crollata. Come l’hotel «Duca degli Abruzzi», che non era in un palazzo di pietra antica ed è collassato, si è accartocciato su se stesso. O la chiesa di Tempera, a sette chilometri dall’Aquila, che era un edificio moderno. E i tanti palazzi dei quartieri periferici, case da edilizia popolare, non abitazioni vecchie di secoli: con i muri crepati, gli androni in marmo sventrati.
Insomma, a L’Aquila non sono crollate soltanto le vecchie case in pietra del centro storico: il terremoto ha distrutto o danneggiato in modo tale da renderli inabitabili anche palazzi moderni. Non è solo un problema dell’Aquila né dell’Abruzzo, che pure è zona ad elevato rischio sismico. Secondo le ultime stime, in Italia ci sarebbero almeno 75-80 mila edifici pubblici da consolidare: 22 mila edifici scolastici sono in zone sismiche, 16 mila in zone ad alto rischio. Circa 9 mila non sono costruiti con criteri antisismici moderni. Gian Michele Calvi, ordinario di Costruzione in zona sismica dell’Università di Pavia e presidente del Centro europeo di ricerca e formazione in ingegneria sismica: «Se non investiamo nella messa in sicurezza degli edifici, continueremo ad avere morti. È scandaloso». Il Consiglio nazionale degli architetti invoca un piano urgente di messa in sicurezza di ampie parti delle nostre città. Il presidente degli ingegneri, Paolo Stefanelli, spiega che «tutti gli edifici costruiti negli anni 50-60, a causa del tipo di cemento armato usato, sono a rischio sismico in un tempo che va dai 5 ai 30 anni. Lo abbiamo detto tante volte, inascoltati. A oggi manca ancora una norma che renda obbligatorio il monitoraggio sul tempo di vita delle costruzioni ».
Però manca davvero solo quella, perché di norme sull’edilizia antisismica l’Italia ne ha quattro, tutte contemporaneamente in vigore. Il decreto ministeriale 16 gennaio 1996, intitolato «Norme tecniche per le costruzioni in zona sismica» e seguito, dopo il terremoto del 2003 in Molise, dall’ordinanza della Protezione civile numero 3274, che ha rimappato e riqualificato il territorio nazionale, aggiungendo zone sismiche o elevandone la classe. E poi da altri due decreti, uno del 2005, l’ultimo del 2008, che si chiama «Nuove norme tecniche per le costruzioni in zona sismica». Leggi tecniche, moderne. Poi ci sono le costruzioni. I progetti, i materiali usati, le strutture. Nelle case in cemento armato degli anni Sessanta si usavano i tondini a barra liscia, oggi esistono quelli con barre ad aderenza migliorata, che legano meglio con il calcestruzzo. Chissà com’erano quelli della casa di via XX Settembre, nel centro dell’Aquila, che adesso è un mucchio di rovine alto due metri e mezzo.
Mario Porqueddu
Il presidente della Commissione grandi rischi: «Si pone il problema della qualità delle costruzioni» [Il corriere della Sera]
«Cadute anche le case nuove» Il bluff dei palazzi anti-sismici
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